Vegetariani e carnivori: ecco 5 motivi per riconciliarvi

Sui social è guerra aperta.

I vegani non perdono occasione di attaccare i carnivori, e viceversa.
Dal blog dell’Alveare proviamo a rivestire il ruolo del mediatore, fornendo 5 motivi per sotterrare l’ascia di guerra!

 

Sui forum, su Facebook e sicuramente anche nei commenti ai nostri post, la lotta è durissima.

Da un lato del ring, quelli che non toccano mai prodotti derivati da animali, rifiutando qualsiasi forma di sfruttamento (in cui rientrerebbero anche i prodotti delle api!).

Sono i vegetariani, i vegani e gli antispecisti.

Dall’altro, quelli che, per riassumere, mangiano carne il meno possibile, e/o tentano di mangiare solo bistecche e cotolette provenienti da allevamenti più etici.

Gli si danno nomi buffi come ‘flessitariani’ o ‘carnivori etici’.

Quando i due schieramenti discutono, i toni si accendono molto velocemente.
Per aiutare a spegnere questi focolai, ecco 5 motivi per riconciliarsi fra le due parti.

L’obiettivo?
L’amicizia tra i popoli e il benessere di tutti gli esseri viventi, tutto qui!

 

 

1) Perché nessuno ha il monopolio sul cuore!

Se si dovessero elencare i punti in comune tra vegetariani, pescetariani, flessitariani ed altri carnivori etici, il primo sarebbe senza dubbio questo:

tutte queste categorie di persone si pongono molte domande, leggono, ascoltano e s’informano per darsi delle risposte.

Escono così dalla cultura del segreto e del tabù che regna nell’ambiente della produzione di carne, cosa non da poco considerando che da un secolo a questa parte la nostra società nasconde il sangue delle bestie.

Entrambi i gruppi osano affrontare quello che viene talvolta chiamato il paradosso della carne, una dissonanza cognitiva diffusa.
La questione è la seguente: molte persone si professano animaliste, dichiarando di amare gli animali e di non volere la loro sofferenza… ma sono d’accordo sul mangiarli.

Ovviamente, i nostri due schieramenti non rispondono affatto nella stessa maniera a questo paradosso.
Ma ciò non significa che uno dei due modi di pensare sia più giusto, corretto o intelligente dell’altro.

Prendiamo, ad esempio, due grandi ricercatrici che hanno reso possibili, ognuna a modo suo, delle vere e proprie rivoluzioni nella nostra comprensione degli animali, e di conseguenza nella modalità di relazionarci a loro.

Da un lato Jane Goodall, la celebre primatologa che, dopo aver vissuto per anni con gli scimpanzé in Tanzania, fu tra i primi a constatare come questi animali fabbrichino e si servano di utensili, come noi.

 

 
Lei è vegetariana e, in un piatto che contiene della carne, non vede altro che paura, sofferenza e morte.

Temple Grandin – biologa di fama internazionale, rinominata interprete degli animali per quanto è capace di comprenderli e mettersi al loro posto – ha fatto la scelta contraria.

Ammette di mangiare carne e di lavorare per l’industria della carne… mettendo a punto dei materiali e dei processi che limitano le sofferenze nei mattatoi e negli allevamenti.

Bisogna leggere i libri di queste due donne per constatare che sono pieni della stessa empatia, sebbene le autrici abbiano scelto due percorsi diversi.

 

2) Per credere nell’intelligenza collettiva

È ugualmente possibile citare gli autori, ricercatori e pensatori che sono diventati vegetariani dopo esser stati carnivori, quelli che hanno fatto il percorso inverso o anche quelli che navigano tra questi due mondi.

Marissa Landrigan, per esempio, un’ex-vegetariana e autrice di Guida per mangiare carne etica quando si è vegetariani, spiega di aver cambiato il proprio regime alimentare e di preferire, ora, l’esclusione dal suo piatto di alimenti nocivi per la salute o per l’ambiente, piuttosto di quelli a base di carne.

In un articolo che commenta il libro, la giornalista Emily Monaco – anche lei ex-vegetariana riconvertita in carnivora etica – nel guidare i suoi lettori cita le 5 regole per acquistare in modo etico di Peter Singer.

Questo filosofo è un vegetariano che attraverso le sue opere ha convinto un numero incalcolabile di persone a rinunciare agli alimenti di derivazione animale.
Eppure, in alcuni dei suoi testi difende anche l’idea per cui dei principi etici possano essere più importanti dell’opposizione tra alimenti a base di carne e alimenti vegetali.

 

 

Invece di farsi confondere da questi andirivieni e da questi confini sfumati, è utile vedere la diversità di questi punti di vista come una possibilità ed una ricchezza.

Primo, perché elencando ognuna di queste diverse risposte al paradosso della carne, siamo sicuri di evitare la “bias di conferma” che, per riassumere, consiste nel concentrare la nostra attenzione e ricordare solo le informazioni che confermano ciò che già pensiamo.

Secondo, perché insieme siamo più forti.
Il filosofo Dominique Lestel ha fatto recentemente appello ad un’allenza tra vegetariani e flessitariani, ricordando come i partiti animalisti siano composti da una maggiornaza di vegani le cui rivendicazioni sono non solo accettabili ma anche auspicabili per i “carnivori etici”.

 

3) Perché non è facile stabilire quale sia la soluzione migliore per l’ambiente

L’unica cosa di cui possiamo essere sicuri, poiché numerosi rapporti l’hanno dimostrato, è che le quantità astronomiche di carne consumata attualmente nel mondo non sono per nulla sostenibili.

Ma attenzione, non tutte le alternative sono per forza preferibili!

Gli studi condotti sull’impatto delle alternative vegetali ed altri sostituti della carne mostrano che i prodotti meno raffinati rappresentano effettivamente una minaccia minore per la biodiversità e richiedono molta meno terra rispetto alla produzione di carne.

Al contrario, i prodotti più trasformati o importati da paesi in cui la produzione di soia contribuisce alla deforestazione hanno un impatto a livello carbonico più elevato, vicino a quello dell’allevamento di pollame.

 

 

Infine, due analisi pubblicate recentemente hanno tentato di valutare ciò che succederebbe se il mondo intero rinunciasse alla carne.

Il primo studio stimava che le emissioni di gas serra legate all’alimentazione potrebbero diminuire del 60%. Fantastico!

Ma l’altro studio metteva in guardia sulle difficoltà di trovare delle alternative accessibili e sufficientemente nutrienti per le persone già malnutrite, sul rischio di destabilizzare quei gruppi sociali tuttora basati sul nomadismo e l’allevamento, come i Mongoli o i Berberi, e sulla minaccia che ciò rappresenterebbe per numerosi paesaggi ed ecosistemi.

 

4) Perché non è facile stabilire quale sia la soluzione migliore per la nostra salute

Come per l’ambiente, anche per la nostra salute non tutte le alternative alla carne sono da prendere per buone.

Uno studio pubblicato qualche settimana fa sulla rivista Chan School of Public Health di Boston (Massachusetts) assicurava che un regime vegetariano diventa nocivo se gli alimenti sono eccessivamente trasformati.

Attenzione quindi ai cereali raffinati, alle bevande zuccherate come i succhi di frutta, ma anche alle fritture o agli alimenti d’origine vegetale, ma profondamente rilavorati dall’industria, i cosiddetti prodotti ‘ultra-trasformati’.

Un altro motivo per auspicare l’alleanza tra flessitariani e vegetariani.
Meglio essere numerosi, motivati e uniti per assicurarsi che al posto della carne ci vengano proposti più spesso dei pasti sani, etici e gustosi, rispetto a dei prodotti trasformati.

 

 

5) Perché bisogna riflettere insieme sul mondo nel quale vogliamo vivere!

Nel 2016, il Guardian raccontava come la moda della quinoa nei paesi occidentali abbia fatto schizzare i prezzi su scala internazionale, e spinto le popolazioni peruviane e boliviane a vendere le loro produzioni ed a cibarsi di alternative meno nutrienti.

Un altro esempio che dimostra come le nostre scelte alimentari siano in grado di trasformare il mondo e sconvolgere l’ordine di società talvolta stanziate all’altro capo del pianeta.

Invece di farsi la guerra, gli schieramenti nemici dovrebbero sedersi attorno alla stessa tavola e riflettere insieme su un futuro comune, favorevole ad un altro modo di vivere e mangiare.

Le domande che ci si pone sono numerose e complesse, e talvolta appena sfiorate nel dibattito.

Ad esempio, come pensare il nostro rapporto con gli animali ed il mestiere di allevatore nel momento in cui non mangiamo (quasi) più carne?

Jocelyne Porcher, sociologa dell’Istituto francese della ricerca agronomica, ama ricordare che gli asini hanno rischiato di scomparire quando sono stati sostituiti dalle macchine.

Come evitare un simile destino agli animali che mangiamo/mangiavamo?

Ci vorrà qualche pasto condiviso tra vegetariani e flessitariani per trovare le risposte giuste!

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