L’ortoressia: quando mangiare sano diventa un’ossessione

“Un filoncino in panificio? No grazie, la farina raffinata fa male alla salute!”

“Una cena da amici? Per mangiare dei pomodori ai pesticidi, non se ne parla!”

“Un pranzo al volo coi colleghi? Impossibile trovare un’insalata senza additivi né polli di batteria…”

Avete spesso pensieri di questo tipo?
Attenzione, l’ortoressia è dietro l’angolo!

No, l’OR-TO-RES-SIA! L’ortodonzia è un’altra cosa…

 

Se state leggendo questo blog significa che il contenuto del vostro piatto vi interessa.
E quando si comincia a sviscerare l’argomento, c’è da porsi qualche domanda!

I vari scandali alimentari, così come le polemiche su certi tipi di alimenti, ci spingono a rivedere i nostri menù.

Di conseguenza, è naturale che emergano i regimi dei “senza”: senza glutine, senza lattosio, o senza zucchero ad esempio.

E poi ci sono i vegetariani, che sono sempre più numerosi, mentre gli scandali legati agli allevamenti intensivi danno ai vegani una visibilità crescente.

E li conoscete, gli adepti del regime paleo?
Hanno un’alimentazione che ricalca quella dei nostri antenati, poiché sarebbe la più adatta ai nostri bisogni fisiologici.

Con tutte queste possibilità, non si sa più a quale “sano” rivolgersi!
Mentre un tempo l’obiettivo principale delle diete era quello di diminuire il girovita, le preoccupazioni contemporanee sembrano essere sempre più legate all’etica ed alla nostra salute.

 

Da un po’ si sente parlare anche di ortoressia.
Etimologicamente, il termine deriva dal greco: “orthos”, ossia corretto, diritto, e “orexis”, che indica l’appetito.

Per farla breve, con ortoressia ci si riferisce ad un’ossessione per il cibo sano ed il rigetto per ogni alimento considerato malsano.
È il dottor Steven Bratman che inventa questo termine nel 1997; da allora, sta tentando instancabilmente di far riconoscere l’ortoressia nervosa tra i disturbi del comportamento alimentare (DCA).

Allo stesso tempo, l’ortoressia si differenzia dall’anoressia o dalla bulimia: tali patologie si basano sulla quantità del cibo ingerito, mentre l’ortoressia riguarda innanzitutto la qualità dell’alimentazione.

Se da un lato l’ortoressia è entrata nei primi dizionari già nel 2012, tuttora non viene sempre riconosciuta come una malattia, né come un DCA, dall’ambiente medico.

Tuttavia, il termine incontra un gran successo nel mondo mediatico.
Meglio di un test da rivista femminile, il test di Bratman rappresenta la bussola per sapere se ne siete affetti. Potete farlo cliccando qui!

 

E la confusione regna sovrana intorno al termine ortoressia!

Secondo alcuni, l’ortoressia colpirebbe una persona su cinque.
Generalizzando, l’idea di ortoressia tende a marginalizzare quella parte crescente della popolazione che si preoccupa della propria alimentazione, rifiutando fast-food e prodotti industriali.

Non è possibile combinare le dimensioni del piacere, della convivialità, della salute e dell’etica?
A leggere certi giornali, piacere e salute sarebbero necessariamente opposti.

Allo stesso modo, rifiutare ad ogni costo di andare al fast-food sarebbe un sintomo di ortoressia.

Ma perché adeguarsi alla massa, quando a titolo personale si ritiene che alcune pratiche alimentari vadano contro i nostri valori?
Alcuni adepti dell’alimentazione sana si pongono questa domanda ed intravedono, dietro al concetto di ortoressia, un attacco al loro modello di vita e di alimentazione che invece risponde, secondo loro, ad una presa di coscienza ed al rispetto dei loro corpi, più che ad un disturbo del comportamento.

 

Tuttavia, l’assenza di studi medici precisi non deve screditare l’ortoressia; Patrick Denoux, docente di Psicologia Interculturale all’Università di Tolosa, descrive delle pratiche legate all’alimentazione che sembrano esprimere una vera sofferenza per i suoi pazienti.

Per esempio, ce n’era uno che si nutriva di 12 piccoli pasti al giorno, composti di un solo alimento;
un altro era convinto che le sue crisi d’asma fossero legate a degli alimenti precisi e finì per nutrirsi esclusivamente di zucchero e d’agnello.

Senza ricadere in questi casi estremi, è possibile trovare testimonianze di persone che soffrono dell’eccessiva rigidità nei loro regimi alimentari.

Per Florence Servas-Taithe, dietista e nutrizionista specializzata nella cura di persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare, l’ortoressia non può essere considerata unicamente come un DCA, poiché oscilla tra i disturbi fobici, i disturbi alimentari e quelli ossessivo-compulsivi.

È raro trovare delle forme pure di ortoressia, ma il confine è difficile da definire.

L’isolamento, come il manifestarsi di carenze nutritive, possono essere dei sintomi.
Tuttavia, ciò che differenzia una persona che fa attenzione a ciò che mangia da una persona ortoressica è l’ossesione della morte; dietro a questo comportamento c’è una paura profonda.

La persona che soffre di questo disturbo si escluderà, si ripiegherà su sé stessa, rifiuterà ogni forma d’invito e trarrà piacere dal cibo non tanto per le sue qualità gustative, ma per la sua purezza.

Il dibattito sull’ortoressia infuria in rete e, alla fine, la questione si riduce alla domanda “Dove inizia la patologia?”

È estremamente difficile definire un comportamento “normale”.
I professionisti della salute utilizzano diverse forme di classificazione che si evolvono e vengono regolarmente rimesse in discussione col progredire della ricerca.

D’altronde, certi comportamenti considerati patologici in determinate epoche, oggi non lo sono più.

L’aspetto individuale è molto importante: alcuni di noi manifestano dei comportamenti che potrebbero essere problematici, a cui si adattano senza sentirsi malati: non sentono malessere particolare e quindi non consulteranno mai il medico.

Sono davvero malati, allora?
Al contrario, altri li subiranno come un’autentica sofferenza e quindi faranno di tutto per tirarsi fuori da questa situazione difficile.

Secondo Viviane Kovess-Masféty, psichiatra ed epidemiologa, “è molto difficile stabilire ciò che è ‘normale’ o no in materia di funzionamento psichico. Alla fine, il patologico sembra meno una questione di sintomi che di sofferenza provata nel quotidiano.”

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